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“Così abbiamo provato a salvare la piccola Rokia, qui siamo in guerra”

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19 Dicembre 2022
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“Così abbiamo provato a salvare la piccola Rokia, qui siamo in guerra”
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(Adnkronos) – (Dall’inviata Elvira Terranova)- “Abbiamo fatto tutto quello che era umanamente possibile, abbiamo rianimato Rokia per più di un’ora, ma non c’è stato nulla da fare. Il polmoni della bimba erano pieni di acqua. Era già morta. E per noi, ogni volta, è una sconfitta. Perché non siamo mai pronti…”. Rosalba Tantillo, la responsabile dell’area emergenza dal Poliambulatorio di Lampedusa, ha il viso stanco. E’ da poco passata la mezzanotte e il suo turno non è ancora finito. E’ stata lei a guidare nel pomeriggio di ieri l’equipe di medici e infermieri che hanno provato a salvare la piccola Rokia, la bimba di due anni e mezzo, proveniente dalla Costa d’Avorio, morta dopo il naufragio avvenuto ieri pomeriggio davanti alle coste di Lampedusa. “Cercavamo di trovare un respiro, un segno sull’elettrocardiogramma, ma niente – continua la dottoressa Tantillo – Per noi è un dolore immenso vedere spegnere una vita, di una bimba poi…”. La tragedia si è consumata nel primo pomeriggio, nelle stesse ore in cui è arrivato sull’isola il vicepremier Matteo Salvini, con la compagna Francesca Verdini, che oggi incontrerà gli amministratori e la Guardia costiera, quando un barchino di ferro, partito dalla Tunisia, è arrivato davanti alle coste e si è ribaltato.  

I 43 migranti a bordo, tra cui Rokia con la sua mamma, sono caduti in acqua. La Guardia di Finanza e la Guardia costiera sono intervenute e hanno visto tutti i migranti in mare. “La bambina è stata portata, in stato di incoscienza, alle 16, in Guardia medica – racconta l’infermiere Franco Galletto – Indossava ancora una calzamaglia intrisa di acqua. Io l’ho tenuta in braccio. Già in ambulanza avevamo capito che non si riusciva a rianimare. Ma la speranza c’è sempre. Le accarezzavo quelle belle treccine nere. Ma non dava segni di vita. Quanti bimbi senza vita ho tenuto in braccio negli anni…”. In Guardia medica la piccola stata spogliata e riscaldata. “Abbiamo usato persino un phon per provare a riscaldarla”, dice la dottoressa Tantillo. Ma dopo un’ora di manovre rianimatorie i medici si sono dovuti arrendere. Alle 17.10 è stata dichiarata la morte della piccola Rokia. E’ stato il mediatore culturale Mussah, chiamato da tutti Mosè, proveniente dalla Guinea, e ora in forza all’Asp di Palermo, a dare la notizia atroce alla giovane mamma di Rokia. “Mi ha molto colpito vedere il volto pietrifcato della madre – racconta la dottoressa Tantillo – Un lutto vissuto in silenzio e con grande dignità. Si vedeva che soffriva moltissimo. Ha pianto in totale silenzio”.  

Nel corridoio del Poliambulatorio c’erano anche altri naufraghi superstiti e alcuni loro parenti. “C’è stata una grande solidarietà nei confronti di quella giovane mamma che ha perso la figlia – racconta un’altra dottoressa della Guardia Medica, Veronica Billeci, una grande esperienza di medico in diverse isole nonostante la giovane età -Tutti si abbracciavano mentre erano in sala d’attesa”. Ne ha viste di scene strazianti, in tutti questi anni, Veronica Billeci. “Non ci si abitua mai – dice con un soffio di voce e gli occhi rossi per la stanchezza – è venuta poi una psicologa dell’hotspot che ha accompagnato la mamma al centro d’accoglienza”. Poi aggiunge: “Eravamo pronte a ogni sofferenza – dice -Ma non pensavamo di fare i medici di guerra…”.  

Ma se per la piccola Rokia non c’è stato nulla da fare, i medici sono invece riusciti a salvare un altro bimbo, di due anni, sempre della Costa d’Avorio. Nonostante avesse ingurgitato acqua, i soccorritori sono riusciti a salvargli la vita e ora le sue condizioni sono “discrete”, come dicono dal Poliambulatorio. E ieri sera è stato dimesso e portato, con la madre, all’hotspot. Tra i 43 migranti, originari di Costa d’Avorio, Guinea e Camerun, soccorsi dalle motovedette a 10 miglia dalla costa di Lampedusa, dopo il naufragio della loro imbarcazione, ci sono anche 9 donne e 3 minori. I superstiti del naufragio hanno riferito di essere partiti alle 22 di sabato da Sfax, in Tunisia, e di aver pagato 2.500 dinari a testa per effettuare la traversata con la barca in ferro che è affondata ieri. Al Poliambulatorio ci anche parte i medici Cristina Geraci e Francesco Zappalà. E l’infermiera Maria Raimondo. Si sono occupati anche di altri 8 superstiti feriti. “Alcuni avevano segni di ustione da carburante – dice la dottoressa Geraci – altri avevano segni di ipotermia”. Poi, ci sono le ferite dell’anima. “Quelle che non si vedono – dice Cristina Geraci – Ci sono situazioni di disagio psicologico in cui le persone non parlano neppure. Non rispondono alle domande. Questa non è più un’emergenza. Questa questione andrebbe affrontata in modo organico”. Un lavoro complicato, quello della Guardia medica di Lampedusa, guidata da Francesco D’Arcà dell’Asp di Palermo. Perché se da un lato ci sono le emergenze continue con gli arrivi dei migranti, dall’altro lato ci sono anche le visite dei cittadini. C’è chi chiede una visita, chi una medicina.  

“Per fortuna la situazione negli ultimi tempi è migliorata – dice Veronica Billeci – Abbiamo più letti, più strumenti, più personale. E questo ci aiuta. L’Asp si è dimostrata molto sensibile nei confronti del Poliambulatorio di Lampedusa”. E’ calata la notte sulla struttura che si trova a poca distanza dall’hotspot. I superstiti del naufragio sono stati tutti medicati. Il bimbo di due anni è stato tratto in salvo. Ma il pensiero dei medici e degli infermieri della Guardia medica va, inevitabilmente, alla piccola Rokia. Il suo corpicino senza vita è stato portato alla camera mortuaria. Mentre la mamma è all’hotspot, aiutata da una psicologa. “Non si può morire così. Siamo tutti esseri umani e la vita è un dono di Dio dice l’infermiera Maria Raimondi mentre si allontana– e noi la difendiamo ogni giorno, soprattutto dall’indifferenza attorno alle vite umane che attraversano il mare in cerca di una vita migliore…”.  

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