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Messina Denaro, ex pm Trattativa: “Con lui fine stagione stragista, contro boss buona politica”

Da Redazione Ultimenews24.it
18 Gennaio 2023
In Attualità
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(Adnkronos) – "Credo poco alla possibilità che Matteo Messina Denaro possa collaborare. Certamente se lo facesse sarebbe importante, ma dubito che questo scenario possa avversarsi, da un lato, perché è pur sempre legato a un codice mafioso che difficilmente potrà tradire e, dall'altro, non mi pare che ci siano i presupposti. Ma io parlo da semplice cittadino che ha letto i giornali…". Vittorio Teresi, però, non è proprio un lettore qualunque di giornali. Per anni procuratore aggiunto alla Dda di Palermo e pm nel processo sulla 'Trattativa Stato-Mafia', è stato definito dal Csm al momento del collocamento a riposto "un magistrato con la schiena dritta, che ha dedicato la propria vita professionale alla lotta alla mafia". "In generale credo che lo Stato non abbia bisogno di inseguire le collaborazioni – dice all'Adnkronos -. Se arrivano ben vengano e abbiamo il dovere di gestirle con la massima professionalità, ma andare a ricercarle sarebbe una politica sbagliata da parte della magistratura o delle forze dell'ordine".  Nelle ore immediatamente seguenti all'arresto dell'ormai ex primula rossa di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro, tanti hanno ipotizzato che il padrino si fosse fatto arrestare. "Non mi piacciono le dietrologie – dice Teresi, oggi presidente del Centro studi Paolo e Rita Borsellino -. Sono abituato a non sbilanciarmi senza elementi di evidenza chiari". Da quello che emerge Messina Denaro sta male. Nella clinica di Palermo dove il Ros lo ha catturato era andato a curarsi per un cancro. "Ha una malattia grave, questo può avere determinato scelte soggettive in qualche modo indotte dal fatto che è una persona indebolita dalla malattia". A non sorprendere "per niente" l'ex pm della Trattativa Stato-mafia, invece, è il fatto che Matteo Messina Denaro abbia trascorso almeno l'ultimo anno della sua latitanza trentennale in un appartamento a Campobello di Mazara, a pochi chilometri dalla 'sua' Castelvetrano. "Nessuno dei grandi boss che abbiamo ricercato per anni, da Riina a Provenzano, ha mai lasciato il suo territorio. Erano in zona, gestivano il potere dall'unico luogo in cui potevano farlo. Non è un inedito, ma la normalità purtroppo. E la dice lunga anche sulle connivenze, sulle coperture di cui queste latitanze hanno goduto".  Uno spaccato che apre una riflessione su quanto lunga sia ancora la strada da percorrere verso un pieno riscatto della società civile? "Prima del popolo siciliano è la politica che deve compiere questa rivoluzione culturale – dice l'ex pm -. La mafia della connivenza con lo Stato si combatte con la buona politica, una politica a favore del recupero delle fasce deboli che ancora non ho visto e che non c'è mai stata". Nel centro di appena 12mila anime in provincia di Trapani, dove il padrino di Castelvetrano ha vissuto, nessuno pare averlo notato sino al giorno del suo arresto. "In questo risiede la forza di intimidazione ambientale della mafia – spiega Teresi -. Se io sto in un piccolo paese e conduco una vita 'normale' è perché so che nessuno avrà il coraggio di denunciarmi, perché dietro di me c'è la 'potenza' di Cosa nostra. La gente, da un lato, ha paura e, dall'altro, può essere connivente, ideologicamente vicina. Da quello che emerge c'è una rete di professionisti che lo tenevano al sicuro e perpetuavano questo mito del terrore che incute la mafia con un conseguente freno alle denunce".  Per Vittorio Teresi resta un dato. La cattura di Matteo Messina Denaro rappresenta "concretamente la fine della stagione stragista dei corleonesi. Non è, però, la fine della mafia perché da 30 anni a questa parte Cosa nostra è quella che era prima dell'avvento dei corleonesi: la mafia della connivenze, delle collusioni e delle corruzioni, la mafia che lavora in silenzio, che convive con lo Stato. L'anomalia della mafia sono stati i 15 anni dei corleonesi. Oggi con l'arresto Messina Denaro quella stagione è certamente finita".  Salvatore Borsellino fratello di Paolo, il giudice antimafia ammazzato dal tritolo di Cosa nostra nella strage di via D'Amelio, teme che dietro l'arresto dell'ex primula rossa possa esserci "un nuovo baratto, un nuovo patto scellerato". "Rispetto la sua opinione, ma non ho elementi per poterlo dire. Non lo escludo, ma neppure lo ipotizzo a priori senza evidenze chiare perché mi voglio basare su elementi concreti piuttosto che sui sospetti che ognuno può avere ed è legittimo che abbia". (di Rossana Lo Castro)  —cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Tags: adnkronosnewsregionali
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