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L’accordo, la modella di Playboy e il portiere: tutte le accuse a Trump

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5 Aprile 2023
In Attualità
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L’accordo, la modella di Playboy e il portiere: tutte le accuse a Trump
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(Adnkronos) – Sono 34 i capi di imputazione contestati dal procuratore Alvin Bragg a Donald Trump, tanti quante le registrazioni dei pagamenti fatti a Michael Cohen per rimborsare quello che allora era il suo avvocato, e ‘fixer’, dei 130mila dollari che dovevano comprare il silenzio di Stormy Daniels. In realtà i soldi versati furono di più: Cohen si accordò con il presidente Trump e Allen Weisselberg – l’allora Cfo della Trump Organization, condannato nei mesi scorsi per frode fiscale in un processo presieduto da Juan Merchan, lo stesso giudice del processo a Trump – per un rimborso totale di 420mila dollari, per coprire l’aumento delle tasse. L’accordo finale fu sancito in un incontro nello Studio Ovale.  

Questo prevedeva che la somma sarebbe stata corrisposta a Coehn con pagamenti mensili da 35mila dollari nel 2017, con assegni che venivano segnati, e giustificati nei registri, come compensi per servizi legali. La falsificazione di registri societari è un reato minore, il cosiddetto misdemeanor, ma diventa reato vero e proprio, fellony, se è stata compiuta per coprire un’altra azione criminale. E su questo ruota tutta la tesi accusatoria di Bragg, secondo il quale Trump ha falsificato con “l’intento di frodare” e “commettere un altro crimine o coprirlo”. Cioè nascondere il pagamento fatto alla porno star per non farle rivelare la relazione che aveva avuto con il tycoon nel 2006.  

Ed a sostegno di questa tesi accusatoria, Bragg descrive quello che chiama un “catch and kill scheme”, uno schema per “catturare ed insabbiare” rivelazioni scabrose che avrebbero potuto danneggiare la candidatura di Trump, in cui partecipava anche David Pecker, ex Ceo dell’American Media Inc (Ami), che controlla il taboloid scandalistico National Enquirer, e che, come Cohen, è stato uno dei testimoni chiave davanti al grand jury.  

Le carte dell’incriminazione gettano maggiore luce sul ruolo avuto da Pecker, che nell’agosto del 2015 avrebbe avvicinato Cohen e Trump esprimendo la sua disponibilità a comprare l’esclusiva di storie compromettenti per il tycoon per poi insabbiarle. I procuratori di Bragg non hanno dubbi sul fatto che Trump fosse a conoscenza dello ‘schema’: “tra l’election day e l’inauguration day, l’imputato incontrò in privato Pecker alla Trump Tower, lo ringraziò per come aveva gestito le storie del ‘portiere’ e della ‘donna 1′”, scrivono, precisando che Trump invitò Pecker alla sua inaugurazione e poi ad una cena alla Casa Bianca.  

Emergono così due nuovi protagonisti, oltre Stormy Daniels, di questa storia di ‘hush money’: la donna che viene indicata come ‘woman 1, cioè l’ex modella di Playboy, Karen McDougal, che ricevette da Ami 150mila dollari per l’esclusiva della rivelazione della sua relazione con Trump che poi non fu mai pubblicata dal National Enquirer.  

E poi il ‘doorman’, l’ex portiere della Trump Tower, Dino Sajudin, che fu pagato 30mila dollari tra ottobre e novembre del 2015, dopo che Pecker venne a sapere che stava cercando di vendere informazioni riguardo un presunto figlio illegittimo di Trump.  

In teoria, è legale per una società editoriale comprare l’esclusiva di una storia per poi non pubblicarla, ma per Bragg i pagamenti in questione furono illegali, sempre per le falsificazioni delle registrazioni e l’intento, ricordando che secondo le legge elettorale di New York “è un crimine complottare per promuovere una candidatura con mezzi illegali”.  

Dalle carte emerge ovviamente la centralità della testimonianza di Cohen, che, condannato nel 2018 a tre anni per la vicenda Daniels, è da anni il principale accusatore, di fronte ai giudici ed in pubblico, di Trump, soprattutto per dimostrare – anche attraverso audio dei colloqui con l’allora presidente che l’avvocato registrava – come l’ex presidente sapesse dello schema teso a pagare per non danneggiare la sua candidatura. Tanto da cercare di rinviare i pagamenti a dopo le elezioni, per poi non doverli fare.  

“L’imputato ordinò all’avvocato A di cercare di ritardare il più possibile il pagamento alla donna 2 – scrivono i procuratori riferendosi così a Cohen e Daniels – e spiegò che se avesse potuto rinviarlo fin dopo le elezioni, allora poteva evitare di farlo, perché a questo punto non sarebbe importato se le rivelazioni fossero state pubbliche”.  

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