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Anatomia dell’Ice: cos’è l’agenzia, chi è l’uomo forte Bovino (e cosa dicono i colleghi)

Da Redazione Ultimenews24.it
26 Gennaio 2026
In Attualità
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Anatomia dell’Ice: cos’è l’agenzia, chi è l’uomo forte Bovino (e cosa dicono i colleghi)
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(Adnkronos) – La battaglia di Minneapolis ha portato alla ribalta un’agenzia federale spesso citata ma poco conosciuta nei suoi meccanismi interni. Ma perché l'Ice è diventata lo strumento privilegiato dell’amministrazione Trump? Chi è Greg Bovino che la guida, e sotto quali pressioni – operative, mediatiche e umane – si muovono i suoi agenti? 
L’Immigration and Customs Enforcement (Ice) è un’agenzia federale di polizia che dipende dal Dipartimento della Sicurezza Interna (Dhs). Nasce formalmente il 1° marzo 2003, come conseguenza diretta degli attentati dell’11 settembre 2001 e della grande riorganizzazione dell’apparato di sicurezza statunitense voluta da George H.W. Bush e dal Congresso con l’Homeland Security Act. Prima di allora, le funzioni oggi svolte dall’Ice erano accorpate nel vecchio Immigration and Naturalization Service (Ins). La riforma post-11 settembre spezza quell’agenzia e redistribuisce le competenze: il controllo dei confini fisici va alla Border Patrol (all’interno della Customs and Border Protection), la gestione amministrativa dell’immigrazione a Uscis, mentre l’Ice diventa il braccio operativo interno della lotta alla migrazione irregolare. È questa la sua caratteristica chiave: a differenza della Border Patrol, che opera principalmente lungo i confini e nella fascia di 100 miglia dalla frontiera, l’Ice ha un mandato pieno su tutto il territorio nazionale. Può operare nelle città, nei quartieri residenziali, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e negli ospedali. È l’agenzia incaricata di individuare, arrestare, detenere e deportare cittadini stranieri già presenti negli Stati Uniti. È proprio questa natura giurisdizionale a spiegare perché, nel secondo mandato, Donald Trump abbia scelto l’Ice come strumento centrale della sua battaglia politica contro l’immigrazione illegale. La promessa elettorale di Trump era esplicita: la più grande operazione di deportazione nella storia americana, accompagnata da un messaggio politico altrettanto chiaro contro le cosiddette

sanctuary cities

, le città guidate in larga parte da amministrazioni democratiche che limitano la cooperazione con le autorità federali sull’immigrazione. L’Ice è lo strumento perfetto per questo obiettivo. Non risponde a sindaci o governatori, non dipende dalle polizie locali, non ha limiti geografici interni. Rafforzando le sue due anime operative – l’Enforcement and Removal Operations (Ero), che effettua arresti e deportazioni, e la Homeland Security Investigations (Hsi), che conduce indagini più complesse – la Casa Bianca ha di fatto costruito una polizia federale capace di proiettare il potere dell’esecutivo nel cuore delle roccaforti politiche avversarie. Minneapolis, città democratica in uno Stato democratico e storicamente classificata come sanctuary city, diventa così un bersaglio naturale: non solo per ragioni operative, ma per il valore simbolico dello scontro istituzionale. Se a Washington la strategia politica viene delineata da figure come Tom Homan, lo "zar del confine" e dal consigliere Stephen Miller, sul terreno il volto dell’offensiva è l’italo-americano (di origini calabresi) Gregory “Greg” Bovino. Veterano della Border Patrol, Bovino è emerso negli ultimi mesi come il principale comandante operativo delle grandi operazioni urbane, da Los Angeles a Chicago fino a Minneapolis. La sua ascesa è significativa: Bovino proviene dalla polizia di frontiera, non dai ranghi tradizionali dell’Ice, ed è stato promosso a ruoli di comando operativo per guidare missioni interne ad alta intensità. Una scelta che riflette la volontà dell’amministrazione di militarizzare l’approccio all’immigrazione irregolare. La segretaria alla sicurezza interna Kristi Noem lo ha definito “commander at large”, un ruolo che non esiste a livello normativo ma che gli ha consentito di operare fuori dalla catena di comando tradizionale, riferendo direttamente al vertice politico e partecipando alla riorganizzazione dell’Ice insieme a figure come Corey Lewandowski, già capo della campagna elettorale di Trump. A Bovino viene attribuita la dottrina operativa “turn and burn”: operazioni rapide, fortemente visibili, con assetti tattici pesanti e arresti eseguiti prima che le comunità locali possano organizzare resistenza o protezione legale. La sua comunicazione pubblica è diretta, aggressiva, volutamente polarizzante. L’immigrazione irregolare non viene trattata come un problema amministrativo, ma come una minaccia alla sicurezza nazionale da neutralizzare. Questo stile, incluso il suo cappotto verde che ricorda lo stile militare della prima metà del Novecento (c'è chi lo ha paragonato ai gerarchi nazisti, ma un vestiario simile era usato anche dai militari americani), lo ha reso un bersaglio mediatico costante e un simbolo della nuova fase dell’Ice. Uno dei punti di frizione più duri tra autorità federali e locali riguarda l’addestramento degli agenti Ice impiegati nelle operazioni urbane. Capi della polizia locale e sindacati delle forze dell’ordine hanno espresso preoccupazioni crescenti su quello che considerano un divario strutturale di formazione. Un poliziotto cittadino riceve mesi di addestramento su de-escalation, gestione di crisi psichiatriche, interazione con comunità fragili e mediazione in contesti affollati. Molti agenti Ice, soprattutto le nuove leve reclutate in tempi rapidissimi per sostenere l’espansione voluta da Trump (12.000 arruolati in un anno), ricevono invece una formazione più breve e concentrata prevalentemente su tattiche di arresto, uso delle armi e controllo del perimetro. Negli anni precedenti, il corso di addestramento poteva durare fino a circa 20 settimane, mentre ora si parla di circa 8 settimane. Il risultato, secondo le critiche dei colleghi di altre forze dell’ordine, è che agenti addestrati come forza di intervento si trovano a operare in quartieri densamente popolati, con famiglie, bambini e manifestanti. L’uso di spray urticanti, gas lacrimogeni o munizioni “meno letali” in contesti residenziali viene visto dalle polizie locali come una pratica pericolosa, che genera caos e tensione e lascia poi agli agenti cittadini il compito di ricomporre l’ordine pubblico. C’è anche una dimensione spesso trascurata nel dibattito politico: la condizione psicologica degli agenti sul campo. Le operazioni dell’Ice oggi si svolgono in un ambiente di ostilità permanente. Gli agenti sono seguiti, filmati, identificati; le loro azioni vengono trasmesse in tempo reale sui social; gruppi di attivisti monitorano ogni movimento e, in alcuni casi, diffondono informazioni personali al fine di esporre o intimidire gli agenti (il cosiddetto doxxing). E' in questi contesti che sono avvenute le uccisioni di Nicole Renee Good e di Alex Pretti, quest'ultimo intento a filmare un'operazione dell'Ice con il suo telefono. Secondo i sindacati federali, la pressione è doppia. Da un lato, Washington impone obiettivi e numeri elevati di arresti; dall’altro, sul terreno, gli agenti operano circondati da manifestanti, insulti, telecamere puntate addosso e il timore costante che un singolo gesto finisca in un video virale o in un’inchiesta giudiziaria. Questo clima contribuisce a una tensione continua, che può tradursi in reazioni eccessive, errori di valutazione e uso sproporzionato della forza. È un circolo vizioso: più l’Ice diventa simbolo politico, più ogni operazione diventa uno scontro pubblico; più lo scontro si accende, più la linea tra enforcement e conflitto urbano si assottiglia. 
—economiawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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