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Effetti dolcificanti artificiali potrebbero trasmettersi di generazione in generazione, studio

Da Redazione Ultimenews24.it
10 Aprile 2026
In Salute e Benessere
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Effetti dolcificanti artificiali potrebbero trasmettersi di generazione in generazione, studio
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(Adnkronos) – Gli effetti dei dolcificanti artificiali potrebbero trasmettersi di generazione in generazione. E' l'ipotesi esplorata in un nuovo studio condotto su animali, dal quale è emerso che la prole di topi che avevano assunto sucralosio o stevia presentava un'espressione alterata dei geni legati all'infiammazione e al metabolismo. Da tempo si discute dei potenziali effetti a lungo termine di questi dolcificanti e le organizzazioni sanitarie internazionali hanno acceso un faro. La preoccupazione è che potrebbero interferire con il metabolismo energetico e aumentare il rischio di sviluppare diabete o malattie cardiovascolari. Ma è un pericolo che si può circoscrivere a chi li consuma o può diventare una scomoda 'eredità' che poi passa sulle spalle dei propri discendenti? Il lavoro appena pubblicato su 'Frontiers in Nutrition' punta a indagare proprio su questo. Per farlo, gli autori hanno iniziato dividendo 47 topi, maschi e femmine, in tre gruppi, ognuno dei quali ha ricevuto acqua semplice oppure acqua con una dose di sucralosio o stevia, paragonabile alla quantità che un essere umano potrebbe consumare nell'ambito di una normale dieta. Questi gruppi di topi sono stati poi allevati per due generazioni consecutive, entrambe alimentate con acqua semplice.  Il primo punto emerso è che i due popolari dolcificanti hanno effetti negativi sul microbiota intestinale e sull'espressione genica, il che può compromettere potenzialmente la salute metabolica. "Abbiamo trovato interessante che, nonostante il crescente consumo di questi additivi, la prevalenza di obesità e disturbi metabolici come l'insulino-resistenza non sia diminuita. Questo non significa che i dolcificanti siano responsabili di questi trend, ma solleva la questione se influenzino il metabolismo in modi che non comprendiamo ancora appieno", spiega Francisca Concha Celume dell'università del Cile, autrice principale dell'articolo. I modelli animali utilizzati per il lavoro, illustra, "ci permettono di controllare le condizioni ambientali con grande precisione e di isolare l'effetto di un fattore specifico, come ad esempio un composto presente nella dieta, seguendo al contempo diverse generazioni in un lasso di tempo relativamente breve". Da qui il senso dell'esperimento. Ogni generazione dei topi oggetto dello studio è stata sottoposta a un test di tolleranza orale al glucosio, che valuta la resistenza insulinica, un segnale di allarme per il diabete. I ricercatori hanno anche prelevato campioni fecali per individuare eventuali cambiamenti nel microbiota intestinale e nella concentrazione di acidi grassi a catena corta, che potrebbero segnalare cambiamenti epigenetici trasmissibili dai genitori ai figli: si ritiene che i dolcificanti influenzino gli acidi grassi a catena corta compromettendo la funzione del microbiota intestinale, il che può in ultima analisi alterare l'espressione genica. E' stata poi anche analizzata l'espressione di 5 geni coinvolti nell'infiammazione, nella funzione di barriera intestinale e nel metabolismo del fegato e dell'intestino. Questi geni sono stati scelti per fornire un quadro generale delle potenziali influenze epigenetiche sui fattori intestinali, infiammatori e metabolici che potrebbero essere responsabili di effetti negativi sulla salute derivanti dall'utilizzo di dolcificanti non nutritivi. Gli scienziati hanno scoperto che i diversi dolcificanti producevano effetti diversi, che cambiavano nel tempo. Nella prima generazione, solo la prole maschile dei topi che consumavano sucralosio mostrava segni di ridotta tolleranza al glucosio, ma nella seconda generazione, livelli elevati di glicemia a digiuno sono stati rilevati nei discendenti maschi dei topi che consumavano sucralosio e nelle discendenti femmine dei topi che consumavano stevia. Quanto ai batteri intestinali, entrambi i gruppi di topi che avevano ingerito dolcificanti presentavano un microbioma fecale più diversificato, ma concentrazioni inferiori di acidi grassi a catena corta, il che suggerisce che i batteri producessero meno metaboliti benefici. Anche le generazioni successive mostravano concentrazioni inferiori di acidi grassi a catena corta. I topi che consumavano sucralosio erano colpiti in modo più grave e persistente dalle alterazioni del microbioma, con un maggior numero di specie patogene e un minor numero di specie batteriche benefiche nelle loro feci.  Il sucralosio sembra inoltre stimolare l'espressione dei geni legati all'infiammazione e attenuare quella dei geni legati al metabolismo per due generazioni dopo il consumo. Anche la stevia influenza l'espressione genica, ma i suoi effetti sono minori e non si trasmettono per più di una generazione. "Nel complesso, gli effetti legati al sucralosio si sono dimostrati più costanti e persistenti nel corso delle generazioni", evidenzia Concha. "I cambiamenti che abbiamo osservato nella tolleranza al glucosio e nell'espressione genica potrebbero essere interpretati come segnali biologici precoci correlati a processi metabolici o infiammatori", continua. "Ad esempio, gli animali non hanno sviluppato il diabete. Piuttosto, abbiamo osservato sottili cambiamenti nel modo in cui il corpo regola il glucosio e nell'attività dei geni associati all'infiammazione e alla regolazione metabolica. E' possibile che tali cambiamenti possano aumentare la suscettibilità ai disturbi metabolici in determinate condizioni, come una dieta ricca di grassi". Il team sottolinea che, sebbene la ricerca identifichi associazioni tra diversi cambiamenti dello stato di salute, non stabilisce un rapporto di causalità. Inoltre, l'impatto dei dolcificanti non nutritivi sui topi non rispecchierà esattamente il loro impatto sugli esseri umani. "L'obiettivo di questa ricerca – puntualizza Concha – non è quello di creare allarme, ma di evidenziare la necessità di ulteriori indagini". Potrebbe essere "opportuno valutare una moderazione nel consumo di questi additivi – conclude – e continuare a studiarne gli effetti biologici a lungo termine".  
—salutewebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Tags: adnkronossalute
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