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L’addio a Luana, “dobbiamo chiederle perdono”

Da Redazione Ultimenews24.it
10 Maggio 2021
In Attualità
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L’addio a Luana, “dobbiamo chiederle perdono”
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“E’ una lunga, lunghissima litania quella dei morti sul lavoro. E’ una litania che si allunga ogni giorno senza arrestarsi. Due, tre vittime al giorno. Qualcosa di inaudito. Di inaccettabile. Le cose devono cambiare. Aldilà di ogni schieramento politico. Dobbiamo cambiare questo inaccettabile stato di cose!” Attorno “al corpo straziato” di Luana D’Orazio, la 22enne morta il 3 maggio in una fabbrica tessile di Montemurlo (Prato) risucchiata da un macchinario, il vescovo di Pistoia, monsignore Fausto Tardelli, ha invocato “un cambiamento culturale” sul modo di intendere i lavoro e così “renderebbe impossibili le morti che ora piangiamo”. Per monsignor Tardelli queste “esequie non possono non essere anche una corale richiesta di perdono a Luana”. 

“La sua storia ha commosso l’intero Paese. Ma il suo corpo straziato è qui a nome di tutti gli altri corpi straziati ogni giorno sui luoghi di lavoro”, ha detto il vescovo nell’omelia della messa funebre celebrata oggi pomeriggio nella chiesa parrocchiale di Cristo Risorto, in via Don Lorenzo Milani, a Spedalino Asnelli, località del comune di Agliana (Pistoia). La famiglia di Luana, ragazza madre di un bimbo di 5 anni, per l’ultimo saluto ha scelto la chiesa del paese dove la giovane è cresciuta e viveva. 

“Luana e tutti gli altri, oggi stanno qui, in piedi davanti a noi: ci guardano, ci osservano e ci chiedono conto: ci dicono che non bastano le emozioni forti, non basta che ci commuoviamo per un momento: occorrono impegno e responsabilità, concretezza, determinazione e scelte coraggiose; occorre che le cose cambino – ha proseguito mons. Tardelli – Dio, per parte sua, sa compensare oltre ogni misura tutte le vittime innocenti della storia, quelle che la storia fatta dagli uomini produce in misura enorme. Dio sa come dare pienezza di vita a chi non è riuscito ad averla quaggiù sulla terra. Sa come soddisfare i sogni più belli che ogni vittima innocente porta nel cuore e che anche Luana portava dentro di sé. Lui sa asciugare le lacrime, curare le ferite, colmare con il suo infinito amore ogni vuoto. Ma ciò che Dio promette e compie, non ci esime dal prendere oggi qui le nostre responsabilità, davanti ai nostri fratelli e alle nostre sorelle morte sul lavoro”. 

Il vescovo di Pistoia ha aggiunto: “Ci dobbiamo lasciare inquietare dallo sguardo di tutti i morti sul lavoro, da quegli occhi che oggi ci fissano. Vorremmo abbassare i nostri, per la vergogna. Non possiamo farlo. Dobbiamo lasciarci guardare. Non ci guardano con odio e risentimento ma, nonostante tutto, con amore. Il loro sguardo è supplica, accorata supplica, insistenza, stimolo, pressione esigente perché non capiti più quello che è accaduto a loro; perché cambiamo il nostro modo di vivere e di organizzare la società”. 

“La nostra società, il nostro mondo infatti, così com’è oggi, non va. Se non c’è lavoro e lavoro per tutti, vuol dire che le cose non vanno bene. E’ inutile girarci intorno. Se il lavoro non è dignitoso, rispettoso della dignità della persona umana, se non è libero, creativo, partecipativo e solidale e adeguatamente remunerato, la società non è buona – ha proseguito il prelato – Soprattutto se ancora oggi, nel 2021, si muore sul lavoro con la frequenza che registriamo, proprio no: qualcosa non va, molto non va. Le cose devono cambiare. Aldilà di ogni schieramento politico. Dobbiamo cambiare questo inaccettabile stato di cose!” 

Monsignor Tardelli ha spiegato che “le esequie non possono non essere anche una corale richiesta di perdono a Luana, a tutti i morti sul lavoro e a Dio stesso. Non possiamo non chiedere perdono, sinceramente, dal profondo del cuore per questa come per tutte le altre morti. Perché queste cose non dovevano succedere. E se sono successe, la responsabilità, in qualche modo è di tutti. Forse in misura diversa e per questo giustamente la magistratura deve fare il suo corso. Ma tutti quanti portiamo il peso di queste morti ingiuste, indegne, delittuose”. 

Monsignor Tardelli ha auspicato che nel tessuto economico-produttivo faccia breccia “una mentalità, uno stile di vita nuovo: cioè una cultura della solidarietà, della cura, del primato del bene comune su quello individuale. E’ necessario un cambiamento culturale che anche questa triste pandemia ci dovrebbe aiutare a fare, quando abbiamo sperimentato l’importanza di prendersi cura l’uno dell’altro, unica via per risolvere i nostri problemi. Prendersi cura l’uno dell’altro, considerare l’altro una persona con una dignità inalienabile e intaccabile, mai un mezzo, mai un oggetto, mai uno strumento; mettersi al servizio del bene comune e impiegare risorse per far questo, nella convinzione che a rendere la società migliore, più umana, non ci si rimette ma ci si guadagna tutti: ebbene, questa è la cultura di cui abbiamo bisogno sia nel privato come nel pubblico”. 

“Sull’attenzione all’altro si compie il giudizio finale di Dio sull’intera storia umana. La pagina evangelica non è un manuale di buone maniere. Non è un invito generico a fare un po’ di bene. Non è nemmeno una parola per i soli credenti. No. E’ una parola per tutta l’umanità, per il mondo e per la coscienza di ogni uomo – ha sostenuto mons. Tardelli – E’ una parola per il rinnovamento profondo dell’umanità. E’ un manifesto di rivoluzione culturale e sociale. Sono parole che se messe in pratica in ogni ambito della vita, renderebbero impossibili le morti che ora piangiamo”. 

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