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Meloni verso Consiglio Ue: “Aumentare pressione su Mosca”. Ma resta il nodo asset russi

Da Redazione Ultimenews24.it
22 Ottobre 2025
In Attualità
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Meloni verso Consiglio Ue: “Aumentare pressione su Mosca”. Ma resta il nodo asset russi
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(Adnkronos) – Bisogna "aumentare la pressione sull'economia della Russia e sulla sua industria della difesa, finché Putin non sarà pronto per la pace". Alla vigilia delle comunicazioni in Parlamento in vista del Consiglio europeo di domani e dopodomani, la premier Giorgia Meloni e altri leader europei (tra questi, il primo ministro inglese Starmer, il cancelliere tedesco Merz, il presidente francese Macron e quello ucraino Zelensky) hanno firmato una dichiarazione congiunta per ribadire la posizione del Vecchio Continente sul dossier ucraino, tema centrale del vertice in programma a Bruxelles.  Una delle questioni principali sul tavolo dei leader sarà proprio il sostegno finanziario a Kiev nei prossimi anni, comprese le possibilità basate sui beni russi congelati. Finora l'Ue e i suoi Stati membri hanno fornito 177,5 miliardi di euro a sostegno dell'Ucraina, 63,2 dei quali sotto forma di sostegno militare. Ma ora è il momento di passare allo step successivo. "Stiamo sviluppando misure per utilizzare appieno il valore dei beni sovrani russi immobilizzati affinché l'Ucraina disponga delle risorse di cui ha bisogno", si legge nella dichiarazione dei leader. Nella stessa nota i capi di Stato e di governo dicono di sostenere "fermamente la posizione del presidente Trump che i combattimenti debbano cessare immediatamente, e che l'attuale linea di contatto debba essere il punto di partenza per i negoziati". Ma l'utilizzo degli asset russi resta un 'nodo', visto che all'interno della Ue non c'è ancora unanimità sull'argomento. In occasione del vertice informale di Copenaghen che si è svolto a inizio mese, si è registrato un "consenso crescente" sull'idea di far pagare i costi della guerra in corso in Ucraina non solo ai "contribuenti europei", ma anche alla Russia: in quella sede, i leader europei hanno avviato un confronto su come impiegare i flussi di cassa generati dai beni russi congelati – cioè i proventi derivanti dal rimborso dei titoli di Stato e delle obbligazioni giunte a scadenza – per finanziare un prestito dell'Unione europea destinato all'Ucraina. L'idea è che Kiev dovrebbe restituire quelle somme a Mosca solo dopo che la Russia avrà versato le riparazioni di guerra dovute per l'aggressione, trasformando così un immobilizzo finanziario in uno strumento concreto di solidarietà e responsabilità internazionale. Ma il vertice di Copenaghen ha cristallizzato le divisioni nel Vecchio Continente. Macron non ha nascosto le sue perplessità, giudicando il "sequestro" dei beni contrario al diritto internazionale. Ancora più netto il primo ministro ungherese Viktor Orban: "Non siamo ladri, non tocchiamo soldi altrui". Contraria anche la Slovacchia. Di segno opposto le parole del cancelliere tedesco Friedrich Merz, favorevole invece a questa ipotesi.  Dal canto suo, nei consessi a cui ha partecipato Meloni non ha mai nascosto le sue perplessità sull'utilizzo dei beni russi congelati ma è al lavoro, con gli altri partner Ue, per trovare una possibile soluzione. Il testo della risoluzione che la maggioranza di centrodestra voterà oggi, al termine delle comunicazioni della premier, conferma un approccio improntato alla cautela. Il governo è invitato "a tenere conto delle esigenze urgenti di assistenza finanziaria e di ricostruzione dell'Ucraina, con il coinvolgimento dell'industria europea", sottolineando che "un eventuale utilizzo dei beni russi immobilizzati non può che essere subordinato alla compatibilità con il diritto internazionale". La risoluzione sollecita inoltre l'esecutivo "a mantenere una forte pressione sulla Russia, nel quadro delle azioni, delle decisioni e delle procedure consolidate". Intanto dal Cremlino arriva un monito diretto a Roma: l'Italia "non sia complice del furto del secolo", perché l'utilizzo degli asset russi congelati nell'ambito delle sanzioni a Mosca per la guerra in Ucraina si configurerebbe come "un reato finanziario che rischia di ostacolare notevolmente la possibilità di ripristinare la cooperazione commerciale-economica con la Russia per molti anni", si legge in un lungo post pubblicato sui social dall'ambasciatore russo a Roma, Alexei Paramonov. L'accusa dell'ambasciatore è che tali beni verrebbero utilizzati per "comprare armi da aziende americane ed europee per l'Ucraina per infliggere una 'sconfitta strategica' alla Russia, continuando così la distruzione dell'Ucraina e la guerra fino all'ultimo ucraino". Oltre all'Ucraina, il Consiglio europeo affronterà altri temi di rilievo, a partire dal Medio Oriente. I leader europei discuteranno gli ultimi sviluppi nella regione, compreso l'esito del vertice di Sharm El-Sheikh per la pace del 13 ottobre, la liberazione di ostaggi e la fase iniziale della proposta di pace statunitense per Gaza. Sul tavolo anche la difesa europea, dopo gli attacchi ibridi e gli avvistamenti di droni di sospetta provenienza russa vicino alle infrastrutture critiche: nel 2024 la spesa totale dell'Ue per la difesa ha raggiunto i 343 miliardi di euro, con un aumento del 19% rispetto al 2023 e del 37% rispetto al 2021. All'ordine del giorno ci sono anche le politiche migratorie e la competitività dell'Ue, articolata su tre filoni principali: semplificazione della normativa europea, transizione verde e digitalizzazione. Infine, è previsto un dibattito sul caro casa, con la Commissione europea impegnata a elaborare un piano per garantire alloggi a prezzi accessibili. Non è formalmente all'ordine del giorno del Consiglio europeo, ma la questione dazi continua a tenere banco. Nonostante il video circolato nella galassia Maga – e rilanciato su Truth Social dallo stesso Donald Trump – secondo cui Giorgia Meloni sarebbe pronta ad aprire un tavolo diretto con la Casa Bianca, bypassando Bruxelles, la linea del governo italiano resta invariata: le trattative commerciali con Washington spettano alla Commissione europea, mentre sul fronte della pasta è in corso un confronto bilaterale. "Sul piano commerciale ci sono delle regole condivise, che poi ci sia un rapporto bilaterale tra Italia e Stati Uniti credo che sia un fatto positivo e non ci trovo nulla di male. Questo non sostituisce le trattative che passano attraverso la Ue", ha precisato il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida, a margine di un evento di Unionfood in vista del World Pasta Day. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha invece annunciato che a inizio dicembre sarà a Washington per discutere, tra le altre questioni, anche quella dei "dazi antidumping predisposti per alcune aziende della pasta italiana". Il riferimento è a La Molisana e Rummo, colpite da un dazio antidumping del 91,74%, cui si aggiunge il 15% già imposto la scorsa estate: una misura che, se confermata, potrebbe entrare in vigore il 1° gennaio 2026.  Secondo fonti governative vicine al dossier, le aziende italiane stanno ricevendo "pieno sostegno sia dal punto di vista diplomatico – con l'azione dell'ambasciatore italiano a Washington Marco Peronaci – sia da quello politico". L'obiettivo, spiegano le stesse fonti, è difendere l'export di pasta italiana, che continua a registrare numeri importanti: oltre 600 milioni di euro solo negli Stati Uniti e più di 4 miliardi a livello globale. L'interlocuzione con i produttori resta "costante", anche perché circa il 60% del grano utilizzato per la pasta è di origine italiana. (di Antonio Atte) 
—politicawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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