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Codere Italia accende faro su violenza di genere durante la pandemia

Da Redazione Ultimenews24.it
23 Ottobre 2021
In Attualità
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Codere Italia accende faro su violenza di genere durante la pandemia
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Si è conclusa l’undicesima edizione di ‘Innamòrati di Te’, progetto itinerante di Codere Italia che quest’anno è sbarcato sul web, in diretta streaming sul canale YouTube. A moderare l’appuntamento la giornalista Cecilia Leo. Obiettivo: stimolare il dibattito sulla violenza di genere, in particolare su quella consumata durante la pandemia globale.

All’evento hanno partecipato, Imma Romano, Direttore Relazioni Istituzionali di Codere Italia, Rosaria Avisani di Fidapa-Federazione Italiana delle Donne nelle Arti, Professioni e Affari. Angela Di Salvo, Commissario della Polizia di Stato, Divisione Polizia Anticrimine della Questura di Roma. Maria Antonietta Labianca, Avvocato penalista cassazionista, Isa Maggi, Coordinatrice nazionale degli Stati generali delle Donne, Paolo Vincenzoni, Colonnello dei Carabinieri, Comandante del Reparto Crimini Violenti del ROS.

“Evidentemente mai come in questo anno – dice Imma Romano – era necessario sottolineare quali drammatiche conseguenze ha portato la pandemia, sebbene tutti pensavamo che saremmo diventati più buoni – osserva – mi sembra evidente invece che ora la società sia molto meno inclusiva, specie in relazione alla figura delle donne. Tutti siamo chiamati a rispondere a questa sfida, lo ha detto il Presidente della Repubblica, ce lo dice il presidente del Consiglio, ce lo dice diciamo da soli tutti i giorni. Le istituzioni – – sottolinea – lavoreranno per questo ma il singolo, le aziende non possono e non devono esimersi da portare avanti attività di questo tipo per garantire a tutti un futuro più sostenibile”.

“La differenza di genere è stata utilizzata da parte della società e della cultura – ricorda invece Maria Antonietta Labianca, Avvocato penalista cassazionista – per creare un rapporto diseguale in cui alle donne è stato imposto un ruolo di subordinazione agli uomini. Lo vediamo soprattutto nel luogo che dovrebbe tutelare i diritti dei cittadini in maniera indistinta: il Tribunale, ovvero lì dove dovrebbe regnare la verità e invece troppo spesso regna lo stereotipo. Il Tribunale non è un luogo separato dalla realtà culturale e sociale in cui opera, ma è la sua ulteriore rappresentazione. Il settore giuridico è infatti imbevuto di pregiudizi che si esprimono con le domande che vengono rivolte alle vittime nei processi di violenza oppure nelle motivazioni delle sentenze. Tuttavia, è possibile abbattere i pregiudizi di genere, a partire dall’educare nelle famiglie al rispetto per gli altri e al non imporre modelli educativi in cui esistono ruoli separati ed assegnati di chi serve e di chi è servito”.

Per Rosaria Avisani di Fidapa-Federazione Italiana delle Donne nelle Arti, Professioni e Affari, “Mai come in questo periodo è necessario sensibilizzare e promuovere la “cultura del rispetto” per ogni essere umano, ma con particolare attenzione al rispetto verso le bambine, le ragazze e le donne di ogni età. Strani rigurgiti dettati da ignoranza, opportunismo e poteri patologici stanno offuscando la vita quotidiana delle donne in tutti i Paesi del mondo e anche in Italia. Rilanciare il paradigma e il valore del rispetto in ogni ambito e contesto, non perdere mai l’occasione, ritengo sia la prima operazione da svolgere e l’unico strumento per colmare i gap e i dossier ancora aperti, quali la violenza, l’istruzione, il lavoro di cura e retribuito e il differenziale retributivo”.

“È bene ricordare – precisa Codere Italia – che durante la pandemia da Covid-19 sono state proprio le donne ad essere protagoniste: dei 49 milioni di persone impegnate nel settore sanitario, ben il 76% è donna. Particolarmente presenti anche nei servizi essenziali che sono rimasti attivi durante il lock down: il genere femminile rappresenta, ad esempio, l’82% degli addetti alle casse e il 95% di quelli impegnati in lavori assistenziali e domestici. E nei lavori di assistenza all’infanzia e nell’insegnamento di sostegno siamo al 93%. Circa l’84% delle donne lavoratrici tra i 15 e i 64 anni è impegnato nei cosiddetti impieghi al femminile dell’economia: asili nido, lavori domestici e di segreteria, vendita al dettaglio, servizi ricettivi e turismo. Posizioni che hanno risentito fortemente della pandemia con conseguenti perdita di posti di lavoro. E lì dove il lavoro è stato conservato, lo si è dovuto combinare in modalità smart-working con la cura dei figli alle prese con la didattica a distanza. Tutto questo – ricorda ha prodotto una vera escalation nella violenza sulle donne. Con le restrizioni di movimento, e la conseguente convivenza forzata tra le mura domestiche, è diventato più difficile per le vittime anche chiedere aiuto alle forze dell’ordine o semplicemente contattare il numero antiviolenza”.

“Spesso, anche sulla base di pregiudizi e di una mal percepita sfiducia verso l’Autorità, si ritiene che alla denuncia da parte della vittima non segua un’adeguata risposta in termini di repressione. In realtà – dichiara Paolo Vincenzoni, Comandante del Reparto crimini violenti del ROS – la denuncia, oltre alla formalità dell’atto, costituisce di fatto l’incipit non solo all’esercizio dell’azione penale, ma, grazie alle revisioni legislative intervenute nel tempo sul tema specifico della violenza di genere e contro le donne in particolare, consente di fatto l’adozione di immediate ed importanti misure preventive contro gli autori delle violenze, non solo da parte dell’Autorità Giudiziaria, ma anche dell’Autorità di Polizia. Solo con la denuncia si può interrompere quello che, tecnicamente, per gli addetti ai lavori, è conosciuto come il “ciclo della violenza”, ovvero quel percorso ciclico e tragico nella sua evoluzione, che a volte viene portato fino alle estreme conseguenze”.

“Il fenomeno della violenza di genere – evidenzia Angela Di Salvo, Commissario Divisione Anticrimine della Polizia di Stato, Questura di Roma – ancor prima che con l’intervento repressivo, necessita di essere combattuto promuovendo una cultura di genere che, in modo sistemico, miri ad eliminare retaggi culturali e discriminazioni. Quest’opera di rinnovamento culturale ha interessato anche la Polizia di Stato che da cinque anni, nell’ambito della Campagna “Questo non è amore”, sta portando avanti il Progetto Camper. Un’équipe multidisciplinare – conclude – composta da psicologi, investigatori e operatori dei centri antiviolenza si reca nei principali luoghi di aggregazione, piazze, scuole, università, mettendo a disposizione a chi ne fa richiesta le proprie competenze, cercando di favorire un contatto diretto con le potenziali vittime, con l’obiettivo di informare ed aiutare a far emergere i casi di violenza taciuta o nascosta”.

Codere Italia ricorda infine che, “la recente cronaca ha fatto emergere anche la difficilissima posizione delle donne in Afghanistan, un paese in cui hanno ripreso potere i talebani che in un lampo hanno di fatto annullato i progressi duramente fatti negli ultimi 20 anni. Nonostante la rassicurazione delle forze di governo locale, al momento nessuna donna è presente nel nuovo esecutivo. Sono state anche annunciate ulteriori restrizioni come quelle di praticare alcuni sport. Non va meglio nelle università dove uomini e donne sono tenuti rigorosamente lontani o in classi diverse o separati da tende oscuranti: una vera e propria segregazione di genere. A questo si aggiungono nuovi diktat sull’abbigliamento, sugli orari di entrata e uscita per impedire la socializzazione. Un allarme lanciato anche dall’Unesco che ha parlato di rischio di “catastrofe generazionale” che farebbe svanire gli enormi progressi fatti in particolare per le ragazze e le donne. A questo si aggiunge, secondo dati Onu, un tasso di povertà del 72%”.

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