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Covid, farmaco e cura made in Italy: “In 2 anni primi test su uomo”

Da Redazione Ultimenews24.it
7 Dicembre 2021
In Salute e Benessere
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Covid, farmaco e cura made in Italy: “In 2 anni primi test su uomo”
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La strada è lunga, però il razionale scientifico è provato, il brevetto c’è e la speranza è che possa portare a un candidato farmaco – forse aerosol – da iniziare a testare sull’uomo “nel giro di un paio d’anni”. Angelo Reggiani, ricercatore senior e principal investigator in farmacologia all’Istituto italiano di tecnologia (Iit) di Genova, fa il punto con l’Adnkronos Salute su quella che potrebbe diventare una cura ‘made in Italy’ in grado di contrastare tutti i coronavirus presenti e futuri, a cominciare dal Sars-CoV-2 con tutte le sue varianti, semplicemente sbarrando la porta che usano per entrare dentro il nostro organismo. “Non è ancora un farmaco – tiene a premettere lo scienziato – ma è il primo tassello per arrivarci. E non sarà mai uno strumento antagonista o sostitutivo rispetto ai vaccini – precisa – bensì una potenziale arma complementare”.  

Reggiani ci tiene innanzitutto a citare i colleghi coautori dello studio da cui nasce tutto, pubblicato sulla rivista ‘Pharmacological Research’ dell’Unione internazionale di farmacologia di base e clinica. Sono Paolo Ciana dell’università Statale di Milano, docente di farmacologia, e Vincenzo Lionetti della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, docente di anestesiologia. Due farmacologi su tre inventori, dunque, e non è un caso. 

“Pensare a un approccio del genere ci è venuto naturale – spiega il ricercatore Iit – perché si fonda su un principio molto familiare in farmacologia, ossia andare con un antagonista contro un recettore: l’antagonista è l’aptamero, un frammento di Dna a singolo filamento” che nelle intenzioni del team tricolore funzionerà come farmaco, mentre “il recettore è il residuo K353 della proteina Ace2”. Quest’ultima è appunto la porta d’ingresso usata dai coronavirus, mentre K353 è la ‘serratura’, la porzione di Ace2 che si lega alla proteina virale Spike permettendo al nemico di insinuarsi nella cellula bersaglio.  

“Quello che abbiamo inventato, perché non è una scoperta, ma un’invenzione – sottolinea Reggiani – è quindi una sorta di schermo per bloccare il virus”, una ‘tenda’ che nasconde la porta. “L’aptamero si lega a K353 che diventa inaccessibile a Spike. Dopo uno screening su milioni di aptameri, ne abbiamo selezionati due e abbiamo dimostrato che in vitro funzionano come pensavamo potessero fare”.  

Reggiani, Ciana e Lionetti hanno insomma “gettato le basi”, le fondamenta di un trattamento che resta tuttavia da costruire. “Abbiamo provato il principio – dice lo scienziato Iit -. Ora, per arrivare a un candidato farmaco da avviare ai test clinici, gli step fondamentali sono due. Il primo, la cosa più importante in questo momento, è stabilizzare la molecola formulandola in maniera appropriata, in modo che possa davvero essere somministrata, arrivare alla cellula bersaglio e fare quello che deve. Questa è la prima operazione, non facile, ma nemmeno straordinariamente difficile”. Nei programmi c’è una pillola, un’iniezione o uno spray? “Siamo partiti con l’ipotesi aerosol – risponde Reggiani – perché essendo Covid-19 una malattia che interessa soprattutto le vie respiratorie ci sembrava la prima strada da tentare”. Però tutto è ancora da decidere, “vediamo quale sarà la formulazione migliore”. 

“Il secondo step – continua il farmacologo – è confermare che la potenziale terapia non sia tossica. Per quello che è l’aptamero e per come funziona, per il meccanismo d’azione che ha, abbiamo grandi speranze che non sia tossico visto che non genera una risposta immunogenica. Non entra nemmeno nel nucleo della cellula e non può interagire con il nostro Dna. Fatti questi passaggi, ovvero la stabilizzazione e la formulazione, e la verifica di tossicità, saremo pronti per iniziare i test sull’uomo. Che significa cominciare le tre fasi di sperimentazione necessarie a dimostrare che un candidato farmaco è efficace e sicuro nell’uomo. Come speranza, ma ripeto è una speranza, diciamo che ci vorranno un paio d’anni”, stima il coinventore. 

“Molto, ovviamente, dipenderà anche dai finanziamenti che riusciremo a trovare”, evidenzia Reggiani. Ecco perché, brevettata l’invenzione, il trio italiano auspica che qualcuno si faccia avanti: “L’ideale sarebbe che un’azienda farmaceutica si dimostrasse interessata a investire su questo progetto, perché avrebbe le risorse, le competenze e la capacità organizzativa per farlo”, non ultima la rete indispensabile a fare ‘massa critica’ raggiungendo i numeri utili per un grande trial di fase 3. “Vedremo – conclude lo scienziato – Il primo passo lo abbiamo fatto”. 

 

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