La storia di Filippo Turetta, etichettato dai media come “bravo ragazzo”, ha improvvisamente invaso i social sabato 18 novembre 2023, grazie a Elena Cecchettin che ha condiviso la frase per ricordare la tragica fine della sua sorella Giulia in Friuli. Valeria Fonte, scrittrice e attivista femminista, aveva usato la stessa espressione poche ore prima in un’intervista a Repubblica, spiegandone il significato.
“Deriva dalla narrazione di questa vicenda da parte dei media, che hanno descritto Turetta appunto come un bravo ragazzo, innocuo, che studiava ingegneria e preparava a Giulia i biscotti. L’amava, si è detto, era gentile e riservato. Appunto, un bravo ragazzo. Sono contenta che sia diventata virale, non tanto perché l’ho scritta io ma per Elena”.
Come riportato per primo dal sito web di curiosità Cultweb.it, il post di Fonte su Instagram è un grido di disperazione e rabbia, un lamento per la perdita di una giovane vita, spezzata da un presunto “bravo ragazzo”. A ventidue anni, si pensa alla vita, non alla morte, si ha tutta la vita davanti, la laurea, i viaggi da fare. Ma a ventidue anni, si muore per mano di istituzioni in silenzio, di giornalisti che dipingono il colpevole come il “bravo ragazzo” e di poliziotti che fanno il loro lavoro troppo tardi. La rabbia di Fonte è palpabile, un foro nel petto che non è tristezza, ma collera.
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La scrittrice cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica su temi cruciali legati alla violenza di genere. Sottolinea che la violenza non è solo un problema dei “cattivi ragazzi”, ma anche di quelli che vengono considerati “bravi”. La cultura della mascolinità tossica permea la società, e Fonte auspica un prima e un dopo questa vicenda, un momento di sveglia sociale.
Per la scrittrice, mettere l’accento sul problema non è sufficiente; è necessario agire. Propone di intervenire nelle scuole con programmi educativi più approfonditi sull’educazione sentimentale e affettiva, sottolineando che due ore settimanali non sono sufficienti. Crede che agendo nelle scuole, si possa risolvere il problema in due generazioni. Fonte suggerisce anche di intercettare i violenti, incoraggiandoli a chiedere aiuto, considerando la violenza come una dipendenza dal potere.
In un editoriale per Vanity Fair, Fonte esprime in modo più sintetico la sua visione: le donne sono considerate mostri per la loro potenza esistenziale, decisionale e sessuale, e questa “mostrosità” viene imprigionata. D’altra parte, gli uomini violenti sono ordinari, non nascono cattivi, maschilisti o con l’intenzione di uccidere. La misoginia maschile nasce dalla paura di diventare superflui, non più indispensabili alle donne.
La morte di Giulia Cecchettin ha scatenato un’ondata di condivisioni su social media, compresa una poesia virale dell’attivista Cristina Torres Caceres, intitolata “Se domani sono io”. In questa poesia, si esprime la paura di diventare la prossima vittima, un grido affinché la violenza di genere si fermi.
In conclusione, la storia di Giulia Cecchettin ha portato alla ribalta un problema sociale urgente, richiamando l’attenzione su questioni fondamentali legate alla violenza di genere. La voce di Valeria Fonte e di altri attivisti si alza per chiedere azioni concrete e un cambiamento culturale profondo per porre fine a questa tragica realtà.










