(Adnkronos) – Non molto tempo fa, a fine 2023, una delle riviste 'bibbia' della comunità scientifica – Science – ha eletti i nuovi farmaci per la perdita del peso 'Breakthrough of The Year', la svolta dell'anno: nati come potenti anti-diabete, gli agonisti del recettore del Glp-1 proprio in quel periodo erano balzati agli onori delle cronache nelle vesti di anti-obesità, per la loro capacità di garantire significative perdite di chili e attenuare i problemi di salute associati. Nel focus la rivista scientifica illustrava le promesse dei farmaci della famiglia di Ozempic e l'impatto che avrebbero potuto avere sui pazienti con obesità. Da allora gli studi si sono moltiplicati come anche il numero di persone trattate. Solo negli Stati Uniti, secondo i dati disponibili, le persone clinicamente idonee all'uso dei farmaci Glp-1 per la perdita di peso si stima siano oltre 100 milioni di persone e circa il 18% degli adulti Usa sta attualmente utilizzando o ha utilizzato in passato un farmaco Glp-1. E questo è uno dei casi in cui una svolta medica diventa anche un fenomeno 'sociale', alimentato sia dai post che viaggiano sui social network sia dai dibattiti che continuano ad animare l'opinione pubblica su diverse arene – politica, economica, di costume – e sia per la produzione di una ricca letteratura scientifica che ogni settimana esplora nuovi aspetti e aggiunge nuovi tasselli. Basta una foto, come quella pubblicata qualche giorno fa – per tornare in Italia – dalla cantante Emma Marrone sul suo profilo Instagram ad animare piogge di commenti che tornano insistentemente sul tema. In questo caso l'artista di origini pugliesi ha semplicemente messo online uno scatto che la ritrae in gran forma. E da un utente social è arrivata quasi istantanea la domanda: "Ozempic?". La cantautrice ha replicato: solo allenamento e piano alimentare. Ma nei commenti a seguire il tema dei nuovi farmaci dimagranti si è insinuato suscitando riflessioni di varia natura, segno di quanto questi medicinali stiano segnando profondamente questo momento storico. Da un lato sempre più aziende lavorano a questa classe di farmaci: sul mercato si affacciano nuove versioni sempre più maneggevoli, dalle versioni in pillola che si aggiungono alle formulazioni iniziali da iniettare sottocute (con le famose penne pre-riempite), dall'altro lato nuove molecole che vanno ad ampliare la famiglia di semaglutide e tirzepatide. Per esempio, proprio a inizio aprile negli Usa la Fda ha approvato in tempi record il nuovo anti-obesità in pillola orforglipron, presentato come un farmaco che può essere assunto in qualsiasi momento della giornata senza restrizioni di cibo o acqua. E altri prodotti sono in cantiere sempre su questo filone. Quanto alla ricerca scientifica, oltre a continuare lo studio sui diversi impatti di salute legati a questi trattamenti e la documentazione sul follow up che sta diventando sempre più lungo, si approfondiscono nuovi temi: per esempio, cosa succede quando si sospendono le terapie? Questa è una circostanza frequente, spiegano gli esperti. Se, infatti, ormai quasi un adulto su 5 affetto da obesità ha assunto un agonista Glp-1 per perdere peso, è anche vero che c'è chi interrompe il trattamento e queste persone sperimentano un 'effetto yo-yo', recuperando il peso perso in media entro 18 mesi. Uno studio, che è stato reso disponibile proprio oggi e sarà presentato a inizio maggio alla Digestive Disease Week (Ddw) 2026, ha sondato le potenzialità di una strategia, che prevede una "procedura di 'reset' dell'intestino" per prevenire il recupero del peso dopo l'interruzione dei GLP-1. Si chiama 'resurfacing' della mucosa duodenale e secondo gli autori potrebbe offrire al 70% circa delle persone che sospendono i farmaci una via per non riprendere i chili persi. Lo studio porta una prima evidenza sul valore di questo metodo. "Trovare un trattamento che permetta ai pazienti di interrompere l'assunzione di questi farmaci senza riprendere peso o perdere i benefici metabolici rappresenta un'esigenza fondamentale ancora insoddisfatta – ha fatto notare l'autrice principale Shelby Sullivan, direttrice dell'Endoscopic Bariatric and Metabolic Program del Dartmouth Health Weight Center e docente di medicina alla Dartmouth Geisel School of Medicine – Questa procedura mininvasiva potrebbe garantire un mantenimento duraturo della perdita di peso". Il resurfacing della mucosa duodenale è una procedura endoscopica sperimentale che utilizza il calore mirato per ablare il rivestimento mucoso interno danneggiato del duodeno, la parte superiore dell'intestino tenue situata appena sotto lo stomaco. Lo studio Remain-1 valuta se, stimolando la crescita di nuovo tessuto sano, possa portare a un ripristino metabolico duraturo. E i risultati presentati si basano sul primo gruppo di partecipanti allo studio, che ora dispone di dati di follow-up a 6 mesi: 29 sono stati sottoposti a resurfacing e 16 a una procedura placebo, e tutti prima avevano perso almeno il 15% del peso corporeo totale utilizzando un farmaco anti-obesità, poi interrotto.
I pazienti hanno perso circa 18 kg con la terapia a base di Glp-1. Sei mesi dopo l'interruzione del farmaco, quelli che si sono sottoposti alla procedura fittizia hanno recuperato il 40% di peso in più rispetto al gruppo trattato col resurfacing. E chi, fra questi ultimi, aveva subito un maggiore rimodellamento del tessuto ha recuperato solo 3 kg, mantenendo oltre l'80% della perdita di peso, mentre il gruppo di controllo ha recuperato circa il doppio. L'effetto sembra essere duraturo, spiegano gli esperti, e "questo – osserva Sullivan – Questo ci dà la certezza di aver individuato il bersaglio biologico giusto". Ma non ci sono solo gli aspetti pratici. C'è anche l'impatto psicologico su cui lavorare, evidenziano gli studiosi. Un nuovo studio ha esplorato ad esempio lo stigma associato all'uso di farmaci Glp-1 per la perdita di peso, rilevando che le donne che hanno perso peso utilizzando i trattamenti sono state giudicate più severamente rispetto a quelle che hanno perso peso attraverso la dieta e l'esercizio fisico, con reazioni negative dovute in gran parte alla convinzione che la perdita di peso assistita da farmaci sia una "scorciatoia". I risultati del lavoro, pubblicato nella prima metà di aprile sulla rivista 'Stigma & Health' dell'American Psychological Association, evidenziano come le narrazioni sociali sulle strategie di perdita di peso "accettabili" possano influenzare gli atteggiamenti nei confronti delle donne obese, anche quando la perdita di peso è clinicamente significativa. "I farmaci Glp-1 possono offrire significativi benefici per la salute delle persone obese, ma molti pazienti riferiscono di provare vergogna e senso di colpa per il loro utilizzo", ha evidenziato la psicologa sociale Stacy Post, ricercatrice post-dottorato al Lombardi Comprehensive Cancer Center della Georgetown University. "I nostri risultati dimostrano che la percezione di una 'via più facile' non si limita a suscitare critiche superficiali. Può tradursi in uno stigma misurabile, che include la fobia del grasso e il desiderio di prendere le distanze sociali". Per lo studio sono state reclutate 402 donne statunitensi di età compresa tra i 30 e i 49 anni, che dichiaravano di essere in sovrappeso o obese. Le partecipanti sono state assegnate in modo casuale alla lettura di una breve descrizione di una donna di nome Evette che aveva perso il 15% del suo peso corporeo attraverso una dieta e l'esercizio fisico oppure con un farmaco Glp-1. I partecipanti hanno quindi valutato Evette in base a diverse dimensioni legate allo stigma, tra cui la fobia del grasso, l'antipatia, la tendenza a incolpare e hanno indicato se credevano che avesse preso una scorciatoia per perdere peso. Lo stigma è risultato più elevato quando Evette perdeva peso con un farmaco Glp-1 piuttosto che con dieta ed esercizio fisico. In generale, hanno osservato gli esperti, lo stigma legato al peso è associato a conseguenze negative per la salute, tra cui stress, depressione, sintomi d'ansia e comportamenti dannosi per la salute. E affrontare questo tema è importante perché – hanno rimarcato gli autori – il rischio è che le persone si scoraggino dal cercare cure basate sull'evidenza scientifica. "Le decisioni terapeutiche dovrebbero essere guidate dalla salute, non da giudizi su come una persona gestisce il proprio peso. Ridurre lo stigma significa sfidare l'idea che esista un solo modo 'giusto' per perdere peso, ovvero attraverso la sola forza di volontà, soprattutto per le donne, che subiscono un'intensa pressione sociale legata all'aspetto fisico e alla corporatura", ha concluso Post che con i colleghi ha aupsicato strategie di comunicazione che spieghino meglio il funzionamento biologico dei farmaci Glp-1, che ne evidenzino i benefici per la salute e che riducano la percezione che la perdita di peso assistita da farmaci sia intrinsecamente meno legittima rispetto agli approcci basati esclusivamente sullo stile di vita.
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